“Io non chatto” è lo slogan del mio personaggio. Di recente un’amica mi chiede:

– Ci sei per il dibattito?

– Basta che possa parlare liberamente.

– Ovvio

Poche ore dopo – so che funziona così, so che è normale, lo so!!!!- mi ritrovo in un gruppo Telegram. Per praticità, certo. Solo che “io non chatto”. Si risulta sempre un po’ rompicoglioni quando si ha l’esigenza di rispettare le proprie scelte, diverse rispetto a quelle della maggioranza. Resto invece ancora stupita quando trovo esseri umani in grado davvero di rispettare le scelte che non farebbero. Rispettarle non vuol dire farsele piacere, la mia amica sa che può sbuffare e mandarmi a quel paese ogni volta che la mia scelta la mette in difficoltà. Mi piace quando finisce che ci ridiamo, davvero, su. Mi piace quando ci sentiamo al volo, senza fronzoli, andando dritte al sodo.

In generale fa tendenza ed è facile dire “rispetto le tue scelte”. Quando inizieremo a farlo, oltre che a dirlo, quando farlo sarà di tendenza, sarà una gran bella giornata per tutti.

Qualche anno fa, durante quella roba globale, ho chattato tanto. Ho anche inviato monologhi lunghissimi ad amici sventurati che ascoltavano in modalità x2. Mi sono stizzita quando una donna rispose con “niente vocali per cortesia” al mio primo vocale. Una grande – ! – penso adesso, non mi sono ancora beata del brivido che potrebbe darmi una mossa così azzardata. Fatelo, e vi renderete conto che per davvero sono mosse azzardate. Come il non rispondere a messaggi vessatori. Fatelo. Siate maleducati – ops, si dice forse ineducati?- rudi, insensibili e crudeli, osate ghostare e finirete all’inferno della gente per bene, quelli che ti rispondono per dirti che non possono risponderti; quelli che quando sono insieme a te soffrono a lasciare il telefono abbandonato a se stesso..

Personalmente sono ferma al “io non chatto”. Telefono, quando posso e se voglio, altrimenti vienimi a trovare o aspettami che arrivo. Oppure forse non è il momento di incontrarsi, succede. Semplice e pragmatico. Riduce all’osso le frequentazioni, garantendo un incremento esponenziale in qualità.

Non mi piace stare al telefono. Non lo riconosco come uno stare insieme. Mi viene solo più voglia di vedere la persona con cui parlo, non mi basta minimamente sentire la sua voce. Non penso nemmeno che “una telefonata allunga la vita”. Lo diceva Massimo Lopez in una pubblicità del 1993. E vi ha convinti. È l’arrivo dell’ambulanza che allunga la vita, casomai. Non penso nemmeno che essere connessi sia quella roba lì che fate coi telefoni in mano. Penso che gli esseri umani stiano scegliendo in massa di abbandonare la dimensione corporea per andare a vivere online. Dislocati rispetto ai corpi. Più facile, meno pugnette, maggior controllo, il potere del leone da tastiera lo conosciamo tutti. I pollici si scatenano quando vogliamo dire al meglio, cioè con le parole giuste, quello che l’altro preferirebbe non ascoltare. Un tempo bastava non rispondere al telefono e uscire di casa per prendersi il tempo di pensare, in solitaria. Non avrei mai potuto immaginare che, da adulta, mi sarebbe sembrato un lusso.  

Come il sottile piacere che procura il mettere in attesa l’altro.  Far passare tutto attraverso un dispositivo permette di censurarsi. Di filtrare molto meglio emozioni e intenzioni. Comunicare chattando è il contrario del fare l’amore. Per questo non chatto.

Poi ci sono le eccezioni, come la chat con l’amica lontana che non può parlare perché il bimbo piccolo dorme, o lo scambio di messaggi per riuscire ad incontrarsi, i messaggi per dirsi “sto rientrando, c’è nebbia, me la prendo super comoda, Betty Davis è con me, sapevi che è la donna che inventò la fusion?”. Quindi certo che chatto, solo quando ne ho voglia. Raramente.

Dislocati rispetto ai corpi, esseri umani che obbediscono al richiamo di una vibrazione. Quell’oggetto è inquietante nell’aspetto o semplicemente brutto, ma è una protesi ormai. Ecco perché non chatto, perché gli “ormai” mi sanno di rassegnazione anzi tempo. Perché da quando vivo senza whatsapp mi sento dire sempre più spesso “ma come fai?” e sorrido curiosa di vedere se vogliono davvero una risposta. I pochi che la chiedono sul serio, dopo, mi dicono “hai ragione, ma…”. Sorrido di nuovo, non c’è altro da aggiungere.

In fin dei conti quindi la questione è la solita: si tratta di usare la tecnologia e non di farsi usare. A ognuno il compito di trovare il modo, se ritiene necessario cercarlo. La cosa curiosa è che mentre facevo queste riflessioni mi è arrivata una domanda da un’altra amica: “ma perché nel tuo canale Telegram non si può commentare? Sarebbe carino poter scrivere cosa ne pensiamo quando susciti riflessioni? No?”.

Ecco, ne ho poche, ma le mie amiche spaccano. Nel canale, creato anni fa, non c’era la possibilità di commentare perché pensavo di dover gestire in prima persona i commenti. Oggi, non dare la possibilità di commentare mi sembra censura. Come si cambia vero? Io non chatto e non commento perché ho bisogno di contatto umano, non virtuale, ma nel mio canale si potrà commentare. La libertà di parola passa anche da scelte minuscole come questa.   

Antonia Dimovksa

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