Oggi, giornata perfetta per Mirabilandia. Si fa il Katun. Ci giro attorno da qualche anno. Si, anno. Volevo sentirmi pronta, per vivermela intensamente. Consapevolmente, direbbero altri. Queste cose le ho fatte da giovane, ovvio. Il Katun si può fare tranquillamente solo col corpo. Le cose, tutte, si affrontano a diversi livelli. Il corpo è solo uno di questi. Ed è collegato agli altri livelli. Ma non è detto che tu abbia la sensibilità per sentirlo. La sensibilità si allena, solo che le persone non sono abituate a quel tipo dolore. Se senti, senti quello che c’è, non decidi tu in base a cosa ti va…non sei su Spotify…ti tocca ascoltare quello che passa RadioAnima.
Comunque, siccome la paura è una grande maestra, mi sembrava una buona idea sfruttare la mia prima volta col Katun.
Appuntamento con AdolescenTe – ne frequento 2: AdolescenZa e AdolescenTe – ore 10,30 si parte. Ore 10,40 siamo in statale, realizzo che non ho fatto colazione. “Ecco, bella figura dimmerda, che razza di esempio stai dando?” Mi ricentro e mando affanculo senso di colpa.
- Figliolo, accosto per una pausa necessaria. Devo mangiare, subito.
AdolescenTe verbalizza un “OOkei”. Per cavalcare l’onda del buon esempio ordino un bombolone alla nutella con caffè lungo. Lui non prende niente. Niente! Resta a guardarmi, e io sento il suo cervello contare i secondi di eternità che gli sto facendo vivere. Ma il bombolone è uno spettacolo. È perfetto, si pure quello, come la giornata. Allora mi lancio in una degustazione del bombolone “pure la quantità di nutella è quella giusta!”. Lui mostra una pazienza insospettabile. Continuerà a stupirmi col fare della giornata.
Torniamo in auto, io orgogliosa di non essermi macchiata la canottiera bianchissima. Più tardi realizzerò di averlo fatto invece. E sarò orgogliosa di superare il fattaccio con finta noncuranza.
Parcheggio, mi invio la posizione della macchina per evitare di cercarla dopo. Lui mi dice “io mi ricordo”. E si è ricordato, dritto senza alcuna esitazione. Ha la mappa in mente di tutto il parco. Ti localizza il bagno più vicino e meno frequentato, le fontanelle d’acqua e le scorciatoie. Conosce i flussi delle code alle varie attrazioni. “Qua torniamo dopo che adesso c’è troppa fila”, “questo è un buon momento, con una giornata come oggi, meno fila di così non possiamo aspettarcela”. E io mi faccio guidare. Ed è bellissimo.
All’ingresso pago euro 47 e 50, un euro per ogni anno della mia vita. Siamo ormai dentro che io ancora ripeto “ho appena pagato 47 euro e 50!!!!”. Credo di averlo confidato anche alla signorina in divisa che mi augurava buon divertimento mentre controllava il mio biglietto. Lui mi dice, con sufficienza, “l’abbonamento costa 60…”. Inizio a pensare che sia stipendiato sottobanco, rinuncio a ricordargli che l’anno scorso ho fatto l’abbonamento e ci sono stata una sola volta (senza fare il Katun!). Perché infierire su me stessa? Scelgo la via dell’esaltazione e mi ricordo cosa sto per andare a fare, una cazzo di esperienza mistica, un incontro atteso da anni con una macchina realizzata appositamente per terrorizzare corpi umani in sicurezza. Lo slogan del parco infatti dice “divertimento assicurato”. Non fa una piega. E mi sta bene la cifra che ho pagato.
Siamo in fila. Prima di salire mi arriva un’ottima notizia ed io penso che davvero sto per vivere una roba fotonica, perché la convergenza astrale non potrebbe essere più a favore di così. Sono felice, sento il corpo elettrizzato, siamo insieme e c’è anche mio figlio! Alla mia sinistra c’è un ragazzino terrorizzato col padre accanto. Non so chi dei due abbia meno voglia di esseri lì. Li elimino dal mio campo percettivo. Restiamo solo noi 2 e la paura. Si sale, il panorama è larghissimo, si vede tanta acqua, le colline, macchine, strade, la ruota panoramica, tanto verde. Siamo in cima e parte la discesa che quasi non mi accorgo, sento reagire prima il corpo e poi mi ricordo che urlare è bellissimo. Urlo tanto, di gioia, di vita. Sul Katun puoi urlare e sei normale. Mi viene da ridere ma è difficile in quelle condizioni, le mie budella sono sballottate a destra a manca ora. La macchina terrorizza il corpo e io sento e osservo la sua reazione. Una roba del genere ti restituisce in pochi secondi la tua dimensione, sei un essere fragilissimo. Potresti disintegrarti in questo istante. Sento che ho smesso di respirare, allora mi rilasso, qualcosa mi sbatte contro il sedile, mi sento sorridere e riprendere ad urlare, braccia in aria, come dall’inizio, su indicazione di AdolescenTe. Tocco la sua mano, lì in alto o in basso, nel vuoto. E mi scoppia il cuore di gioia. Sono mamma Orsa, mi sento fortissima. La paura è una maestra, piace imparare da chi rispetto profondamente, visceralmente, è il caso di dire. …poi sento il corpo che non ne può più, sento che mente inizia a pensare “non ce la faccio più, basta”, invece la centrifuga continua e allora ricordo che è il momento di mollare di nuovo, farmi morbida, attraversare quello che non posso cambiare facendomi fluida…c’è tempo per far tuonare ancora la mia voce…e urlo ancora. Quando finisce, mi sento come se avessi superato una prova importante, sento che potrei fare un secondo giro e mi accorgo che è una cazzata quando scendo barcollando. Uscendo c’è una ragazza seduta in terra dagli occhi di un verde oliva bellissimo, capelli corvini. “Mi sono alzata troppo in fretta” racconta. Anche io, penso. Raggiungo un po’ d’ombra e mi siedo in terra. AdolescenTe mi dice “più avanti c’è una panchina”. Oh, no, adesso o poi sarà tardi. A 47 e mezzo la paura la puoi cavalcare, a volte, è il corpo che va rispettato molto di più. Lui dopo poco mi dice che potrebbe rifarlo, io invece ho guadagnato in saggezza ed esigo che mi porti a mangiare. Un suo amico gli chiede se c’è per uscire, lui tasta il terreno e mi dice “ma se andassimo a casa adesso?”. Perfetto! Io sono sazia. In macchina ascoltiamo musica dalla sua cassa. Dopo un po’ mi fa “ti da fastidio se ascoltiamo Elio?” Io penso che meglio di così non potrebbe andare. Quando arriviamo a casa scopro che aveva un biglietto ingresso omaggio a disposizione. E non riesco a fare a meno di continuare a pensare che sia stato tutto perfetto.
(Katun, cifra venti, base della numerazione Maya. Il caso, non esiste per quanto mi riguarda. Fino a prima di mettermi a scrivere questo articolo non avevo, ovviamente, idea del significato della parola Katun. Ecco quanto perfetta è stata questa giornata.)
