C’era una volta un Hotel,

di quelli grandi, belli e accoglienti. Questo, è anche profumato.  

Avevamo bisogno di coccole, natura e riposo. Avevamo anche bisogno di una vacanza facile, pochi pensieri e ‘pappa pronta’! Eppure mi sono ostinata a vaneggiare per svariati mesi: ‘si noleggia un camper e partiamo’

– Ma ci costa più che andare in albergo! – gli dico esasperata mentre stiamo contattando un esperto camperista.

– È normale, lo sai, va di moda. – mi dice annoiato con gli occhi incollati al monitor – Guarda questo, è un po’ più grande ma i costi di pulizia, prima della riconsegna sono il doppio e niente cani…

– Ci sono meno clausole a stipulare un contratto d’affitto.

– Mmm.

Il suo entusiasmo è inequivocabilmente alle stelle. Mi chiedo se è accettabile sentirsi frustrati e svogliati organizzando una vacanza. Il mio entusiasmo si esprime attraverso pensieri trasgressivi tipo “facciamo che me ne resto a casa mia!”.

Altro che camper, avevamo bisogno di tornare al nostro Hotel, quello che quando i ragazzi erano bambini ci era piaciuto tanto. Quello che loro da anni mi dicono: “ma quando torniamo in quel posto, quello bello, quello che prendevi l’ascensore e c’era la piscina?”.

L’ultima volta era febbraio 2020, e al buffet della colazione c’era un addetto che preparava waffle sul momento. Saul, 8 anni a quei tempi, si piazzava ogni mattina davanti al suo idolo, estasiato in diligente attesa. In questi anni, ogni tanto rievocava quei momenti mistici: “ricordo ancora l’odore, la consistenza, erano caldi e buonissimi!”. Adesso ne ha 12, l’età in cui se l’idolo è assente succede che ti rimbocchi le maniche e ti metti ad imitarlo: le sue specialità sono dorayaki e uova in tutte le forme consentite da una padella.

– Torniamo al nostro hotel, ne abbiamo bisogno. – dico alla ciurma aspettandomi proteste per il cambio repentino di programma, per il sogno infranto di avventura e imprevisti, per il viaggio in libertà che non faremo.

– Speriamo ci siano ancora i waffle – commenta il nano che non è più un nano. E poi esultano. Letteralmente. Lei ora ne ha quasi 16, non so se è chiaro a tutti quanto sia raro che un adolescente esulti.

La nostra prima volta all’Isolabella i ragazzi erano ancora un nano e una caramella. Al termine delle nostre giornate, loro sguazzavano nella piscina di palline e noi ci davamo il cambio per sederci al bar, sapientemente collocato nelle immediate vicinanze.

Tornare cresciuti in un posto dove sei stato felice è come andare a toccare ricordi mentre sfogli e rinnovi un gigantesco album in 3D. Tutti e 4 abbiamo sperato di tornare e trovare l’accoglienza di un tempo. Personalmente, mi sarebbe bastato ritrovare i gestori non troppo logorati da anni, bizzarri per tutti e deleteri per tanti.

I waffle non c’erano, ed è stata l’unica assenza che non è nemmeno arrivata a diventare delusione. Il nostro albergo e chi lo gestisce, migliorano col tempo. 

Accogliere è un modo di ricevere che fa venire voglia di mettersi comodi. La famiglia Secco e tutto lo staff, per me, sono gli artigiani dell’accoglienza.  

– …amano il proprio lavoro…ne hanno cura… – mi esce mentre osservo il lui della coppia di gestori.

Siamo all’aperitivo in giardino prima di cena, la clientela è quasi tutta defluita all’interno dopo aver spazzolato il buffet. Lui passa accanto alla consolle dove il barman faceva i cocktail fino a qualche minuto fa. Torna sui suoi passi con un cesto colmo di fiori. Riconosco il tipo di cesto che ho visto al mercatino in piazza nel pomeriggio. È artigianato locale. Lo appoggia al centro della consolle e offre a noi 4 gatti rimasti fuori, una pennellata di bellezza in più. Ho la netta sensazione che lo avrebbe fatto anche se il giardino fosse stato già vuoto. Faccio notare il gesto ad Adolescenza:

– Glielo avrà detto lei di sicuro – aveva notato.

– Ovvio – ostento certezza ma mi tengo il dubbio.

– E noi lei la amiamo. – le esce così, con il piglio dei quasi 16.

– Ormai a prescindere – mi esce così, con lo stupore dei quasi 47.

Gli artigiani dell’accoglienza sono rimasti i nostri preferiti anche quando la quiete dell’hotel ha fatto i conti con l’arrivo di una sostanziosa comitiva di pensionati.

– Ma quanti sono? Questo è un pullman di vecchietti! – è Pre-Adolescenza che fa le sue considerazioni.

Per lui, superati i 30, sei vecchio. Vecchio, anziano, le differenze sono forse sostanziali? Il gruppo di persone che è arrivato non ha alcun tempo da perdere in minuzie del genere. Fanno tanto rumore, non gli frega più niente del giudizio altrui. Sono lenti, ti tocca rallentare per stare al loro passo, non è forse questo di cui tutti abbiamo bisogno? Di rallentare e ridere, di mandare a quel paese che ci fa perder tempo, senza pensare a quanto rumore fa la nostra risata.

La hall gremita di agguerriti giocatori di carte, preparati commentatori, viveur e dame, mi fanno venir voglia di arrivare a provarla quella sfida lì: un corpo che esige massimo rispetto, lento, fragile, dalla pelle sottile e l’anima che ti esce tutta dagli occhi senza più alcun pudore.

La donna stilosissima con porta-sigarette del colore che riprende quello dei pantaloni a fantasia optical, un taglio grintosissimo, occhiale scuro e una rete di rughe a fare da zigomi e guance, è una vera rock star. Dopo cena, gli irriducibili escono in giardino. Un signore alto, proprio a lei porge un golfino e mi fa pensare che sono amici. Qualcuno si lamenta per la confusione. Io sto pensando che “la bellezza salverà il mondo”, sto pensando che per trovarla bisogna essere disposti a cercarla. Sto pensando che dove già c’è ne, se ne trova dell’altra più agilmente. Sto pensando che i nostri artigiani dell’accoglienza, coltivano anche bellezza. Sto pensando che accoglienza e bellezza mi risultano volgari quando ostentate, finte. Sto pensando che la nobiltà d’animo è l’unica nobiltà che riconosco. E amo.

È mattina. Colazione. I vecchietti sono in fermento per la gita in programma. Adolescenza è alla macchinetta del caffè, sta aspettando che la tazza sia colma. Io le sono accanto, non so stare in fila, prima della colazione. Dietro di lei, in fila, una delle rock star. Ci guardiamo circospette quando la tazza di Adolescenza è pronta ad essere prelevata. E adesso a chi tocca riempirsi la tazza? Io continuo a non saper stare in fila, la mia tazza è pur sempre ancora vuota.  Faccio cenno alla donna di procedere, la vedo titubante, allora metto su una frase:

– Prego, faccia pure – la risolvo così.

– È sicura? – non è affatto titubante, è solo cauta con la mamma appena sveglia di un adolescente.

– Siamo in vacanza, no? – farfuglio iniziando ad avere dubbi.

– Ah sì? Mi pare che non usa più… – l’accento toscano, mi mette sempre di buon umore e ci capiamo all’istante.

– Allora ci siamo trovate, noi siamo in vacanza! – ci siamo, ci si capisce.

– Allora riempio anche la seconda? – ha un’altra tazza in mano, me lo dice come fosse una proposta indecente.

– Certo! –  e ci siamo allineate, già complici di umanità.

Raggiungo la mia ciurma, Adolescenza sta osservando un signore che con estrema calma sta portando a passeggio un cappuccino.

– Mi piace la loro tavolata! – e sorride, con gli occhi che le brillano.

Una donna seduta al tavolo sta guardando il cavaliere col cappuccino e lo sfotte per la velocità con cui incede. “Eccoti, dopo 3 mesi…me lo vedo tutto addosso quel cappuccino!”. Scoppiamo a ridere. Il cavaliere gongola.

– Amo anche lei – mi dice la ragazza più bella del mondo.  

La mattina della nostra partenza, scendevamo tutti e 4 le scale quando ci siamo imbattuti in una coppia del pullman:

– Ma che bella famiglia! Siete una famiglia vero? – è di nuovo una lei che parla. Le sorrido felice pensando che siamo tutti contagiati dal morbo della bellezza. Penso che la spa, il buon cibo, e tutto il tanto che offrono i Secco, sono speciali soprattutto perché dietro c’è una famiglia che è una squadra. E questo, trasuda da ogni dettaglio. Di questo, c’è bisogno.

Antonia Dimovksa