Un’amica, insegnate alle medie e responsabile per il bullismo, mi scrive chiedendomi un’opinione circa una questione: vorrebbe proporre ai suoi studenti la visione di un film, che i sui colleghi giudicano dai contenuti troppo forti.

“Riesci a darmi una tua opinione? Ho sempre avuto molta fiducia in te e mi saresti di molto aiuto”. La ringrazio per la fiducia e inizio a tessere il mio testo.

Prima raccolgo informazioni, mi consulto con Adolescenza. Reperisce in tempo zero il trailer e lo guardiamo. A metà sbuffa dicendo “sono tutti uguali questi film”.

Non ti ha chiesto una recensione, qua mi si chiede di scrivere a proposito di bullismo. Accipicchia! penso. Sarà almeno un anno che ci giro intorno a questo articolo, adesso che mi si chiede chiaro e tondo di darmi da fare, faccio. Scriverò di violenza, è possibile che continuare a leggermi ti risulti doloroso. Ricordati che puoi smettere anche adesso. La prendo anche parecchio larga, o vado dritto all’essenziale, dipende dai punti di vista. È sempre un incontro.

Il bullismo è violenza (i due termini per me indicano il manifestarsi in modo diverso dello stesso fenomeno) e quando si tratta di violenza mi pare ci sia poca chiarezza. Si fa di tutto per occultarla ed eliminarla. Vedo manifesti per strada in cui si vuole “eliminare” la violenza. Ma non avete ancora capito che la violenza genera violenza? Capisco che in automatico vi viene da pensare che sono piani o contesti diversi. Allora qui mi fermo. Mica posso mettermi a competere coi vostri automatismi. Però mi tengo il mio presupposto giusto per fare chiarezza: non si può eliminare ciò che esiste. Lo puoi distruggere, trasformare, ma mai eliminare. È un concetto semplice che tuttavia si dimentica. Perché terrorizza. Vuol dire che il male non solo esiste, in qualche modo devo pure averci a che fare.

Quella che chiamate “violenza psicologica” è più devastante delle altre perché non è, per definizione, verificabile. Se non è sufficiente la mia parola, lo sarà di certo il mio silenzio. Chi è vittima di violenza da dimostrare è vittima due volte.  Quando si stufa di fare la vittima, rompe equilibri e usa il suo potenziale violento per salvarsi.

La violenza che chiamate bullismo si colloca lì da qualche parte, a volte va oltre. Ma cosa cambia? La violenza è il risultato di un contatto che provoca dolore. Avviene in un incontro. È anche in ciò che si sente. Non è solo lì fuori di noi. Dobbiamo dire ad alta voce, il prima possibile, se qualcosa ci ferisce o tocca in modo fastidioso. È una nostra responsabilità! Ad un certo punto dobbiamo prendercela. Come adulti, dobbiamo ascoltare il bimbo che non vuole dare abbracci a chiunque! Altrimenti imparerà che un abbraccio è dovuto, si sentirà invaso dagli abbracci ma non avrà le parole per dare un senso a ciò che sente. E allora lo metterà in fondo da qualche parte. Il dolore che infligge la violenza parte molto prima di quando si si manifesta. Minuti o millenni, non cambia nulla.

Mi può fare male una carezza, anche una che non c’è mai stata. Quanto amore ci vuole per chiedere scusa e dire un mi dispiace per un dolore che non avevo intenzione di dare? A dirlo, ci vuole davvero poco. Quelli sensibili colgono subito la differenza però. E se ne fanno una ragione. Quanto amore ci vuole per dimenticarsi di sé stessi, dimenticarsi di portare le motivazioni che ci hanno mosso…”l’ho fatto per amore” a volte è davvero pessima come uscita. Un “mi dispiace” funziona meglio. “Non mi frega un cazzo del perché, intanto mi hai fatto male, levati” questo c’è dentro a tanti ahia detti per dolori fatti ad arte. Poi ci sono i ragazzi che riescono a dirlo ad alta voce, magari si trovano d’avanti un adulto che non li riprende per il tono e il modo, ma ascolta. Quando ci parlano dobbiamo ascoltarli. Questa è la via. Questo è il grado di sensibilità di cui parliamo. I nostri ragazzi sono estremamente sensibili e anche forti. Quest’ultima si dimentica. Sono forti e suscettibili di atrofizzazione. Si scegli di vederli incapaci di stare al mondo senza le nostre preoccupazioni, gli vorremmo togliere tutto, ogni dolore, ogni difficoltà, ogni errore, per proteggerli, diciamo…quanta ipocrisia in questo amore affaticato. Fa male stare accanto ad un figlio che sta male. Ovvio no? eppure non è altrettanto ovvio, alle menti offuscate, che l’unica cosa da fare è diventare più forti se si vuole avere il privilegio, si il privilegio, di stargli accanto. Ammettere la propria impotenza di fronte alla violenza della vita è uno degli atti più coraggiosi che possa immaginare.

Siamo modelli per i nostri figli, ecco perché è necessario tornare a dare massima attenzione a ciò che sentiamo, mettendo da parte quello che pensiamo di sapere. Modelli. Lo siamo anche quando la loro missione sembra essere quella di demolirci e coglierci in fallo per come mettiamo la bustina del thè nell’acqua bollente.

Una convinzione veramente dura da abbandonare è che continuare a ripetere NON SI FA perché è SBAGLIATO, sia utile a qualcosa. È evidente dai tempi di Caino che non funziona. Non si fa perché è sbagliato è pur sempre un ordine. A fronte di costante disobbedienza c’è chi aumenta il controllo e punisce. Ci sono altre possibilità, come il dialogo. Il dialogo però presuppone l’ascolto. Gli adulti signori stanno facendo pena.

Tanti adulti sono bulli dai quali loro non possono difendersi. Quello che raccontiamo loro su come va affrontato il bullismo, non funziona.

Se non incarniamo ciò di cui gli parliamo, perché dovrebbero ascoltarci? li capisco. Fanno ciò che faccio io. Chi non è degno della mia attenzione, non lo calcolo più, non ho mica tempo di perdere. Nessuno ne ha, a dire il vero. Nessuno sa per quanto tempo starà ancora qui, quindi ad ognuno le sue scelte.

Invece di fare predicozzi su quanto sia sbagliato fare del male dovreste rivolgere lo sguardo verso voi stessi ed iniziare a fare ammenda. Per tutte le volte che sono stata bulla nei miei confronti, quando ho chiesto al mio corpo di fare più di quanto era in grado di fare, per tutte le volte che non ho avuto pietà di me, per tutte le volte che ho usato violenza all’essere che sono…mostrate ai ragazzi com’è una vita “gentile”, mostrate ai ragazzi cosa vuol dire difendersi dalla violenza. Questa è prevenzione, per usare uno dei concetti che tanto vi piace.

Una ragazzina che conoscono è stata messa in punizione per una nota ricevuta. La nota le è stata data perché ha dato uno schiaffo al compagno di banco che l’ha importunata per diverse ore durante la lezione. Pensateci bene prima di chiedermi di parlare coi vostri figli, perché io sono sempre dalla loro parte, sempre.

Piuttosto che dire ai nostri figli che la violenza è sbagliata (sarà sbagliata, ma esiste!), insegnamo loro come difendersi. Prima difendersi e poi, soltanto poi, tutelare l’aggressore. Che sia un altro nostro pari o una divinità scelta a caso nel pantheon a vostra scelta.

Non posso conoscere la sensibilità delle persone che mi circondano finché non me la raccontano. Non posso evitare di fare male a qualcuno se non conosco la sua sensibilità. Non posso farmi carico della sensibilità degli altri. Illudermi di poterlo fare mi fa camminare sulle uova. Mi fa perdere spontaneità e soprattutto mi fa pensare che è meglio star lontano…non mi avvicino se ho il dubbio di ferire. Per evitare di farci del male a vicenda, ci stiamo allontanando l’uno dall’altro sempre di più.

Siete bulli tutte le volte che pensate di fare bene quando dall’altra parte avete qualcuno che vi dice “no grazie”.

Siete bulli quando scavalcate i loro sussurri, gli sguardi, risucchiati dalle vostre stesse emozioni. Vedete una ragazzina piangere e le correte addosso, per farla smettere, il prima possibile. Le chiedete “cosa è successo?” dando per scontato che abbia voglia di parlare con voi, proprio in quel momento. Dando per scontato quelle siano come le vostre lacrime, dando per scontato di sapere. Smettetela di avvicinarvi ai ragazzi pensando di sapere di cosa hanno bisogno. Chiedeteglielo, pronti ad ascoltare. Non lo sappiamo nella maggior parte dei casi. È imbarazzante la scuola con i suoi propostiti di insegnare empatia e gestione dello stress. Imbarazzante. Siamo modelli ricordate? Modelli. Guadagnatevi il loro rispetto prima di mettervi in cattedra. Osate fare i conti col disprezzo con cui ci guardano, a volte.

Siete bulli tutte le volte che non ascoltate. Tutte, nessuna esclusa.

Antonia Dimovksa

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