Era inizio estate, avevamo 16 anni ed eravamo migliori amici. Ci chiamavano la coppia dei donuts perché a metà pomeriggio andavamo a prenderci i donuts al solito posto, oltre il ponte, sotto i portici. Eravamo i do-nuts, i due strani sempre insieme. Il tempo insieme mi faceva stare bene, con lui mi sentivo al sicuro, era tutto facile, sembrava di stare con un altro pezzo di me. Sapevo che prima o poi mi avrebbe anche insegnato a guidare la moto. Lui mi raccontava delle sue sofferenze per la ragazza che lo aveva lasciato. Io ascoltavo capendo poco. Non capivo come un essere umano potesse lasciarne un altro. Se ti lascio ti abbandono. Se ti abbandono, devo per forza averti avuto. Come si fa ad avere, possedere un essere vivente? È così bello raccontarsi di appartenere a qualcuno? È così bello mettersi nella posizione di poter essere lasciati? Gli chiedevo “ma adesso non stai bene? non ti piace lanciare sassi nello stagno? Ho capito non ti diverti perché io sono più brava di te anche in questo, vuoi che faccio la scarsa?”. Quando riuscivo a farlo ridere ero felice. Erano le volte in cui si arrendeva e scoppiavamo insieme in una risata liberatoria. I do-nuts.
Comunque, lui lamentava abbandono, io ascoltavo e gioivo della sua compagnia. Poi, all’inizio di quell’estate iniziò a parlarmi di qualcosa che non riusciva a dirmi. Ci girava attorno da molto lontano, irritandomi. Mi metteva a disagio pensare che fra me e lui ci fosse qualcosa di poco chiaro. Iniziai a scervellarmi mentre lui si prendeva il suo tempo per trovare le parole giuste. Il giorno della mia partenza per le vacanze si avvicinava, sarei dovuta partire con quel grande punto interrogativo al seguito. Decisi di mettergli pressione, “ho bisogno di sapere, prima di partire”.
C’era un gran sole quel giorno, arrivai al solito posto prima del solito, armata di una supposizione che mi faceva stare bene, non vedevo l’ora di dirgli che avevo capito. Fast and furious than you, as usual. Tra me e lui non c’erano mai stati segreti, era facile parlare, quindi se non riusciva a dirmi qualcosa doveva per forza essere qualcosa che la maggior parte delle persone avrebbe giudicato male, qualcosa che avesse poco a che fare con noi due e molto col resto del mondo. Qualcosa di cui non avevamo parlato e quindi, per questo, non poteva sapere io come la pensassi. Possibile avesse paura di essere giudicato? Per cosa mai potrebbe giudicarsi uno come lui? Il solito minchione…mi venne da ridere quando arrivai alla conclusione. Provai sollievo.
Al nostro appuntamento mi sono presentata sorridente, lui no.
– Ti devo dire quella cosa prima che parti…
– Si, grazie.
– Cambierà tutto, dopo.
– Di sicuro non ci sarà più sta cosa a pesarti sul cuore e magari torni ad essere il minchione di sempre.
– Non mi va di scherzare
– Ecco, appunto. Resti comunque un minchione. La fai finita con sto melodramma?
– Hai così fretta di cambiare per sempre quello che siamo?
Non sopportando più la suspence gli ho ruttato addosso il mio sospetto:
– Sei gay?
– …mi sono innamorato di te.
Aveva ragione, tutto era cambiato.
Le etichette che decidiamo di mettere alle esperienze che viviamo hanno il potere di evocare realtà differenti. Quella credo sia stata la prima e ultima volta che ho chiesto a qualcuno di rientrare in un’etichetta per un mio bisogno di comprendere. Comprendere non ha niente a che fare con le etichette. Per comprendere, le etichette bisogna toglierle. Preferisco usare le parole per liberare, non per costringere, adattare e restringere in definizioni. Mi capita spesso le persone mi chiedano “sei vegana?” la mia risposta è sempre la stessa “non sono niente”. In generale, definire cosa sono, aiuta gli altri a trovarmi, rende un po’ più prevedibile il mio comportamento, permette di anticipare i miei gusti, le mie preferenze, le mie scelte. Sei ateo o agnostico? Di destra o di sinistra? Vax o no-vax? Etichettare, in fin dei conti, è un modo di controllare. Il concetto risulta meno ostico da assimilare se si pensa a come funziona un magazzino. Rispetto ad un magazzino ben organizzato la società offre davvero poche etichette per catalogare i propri pacchi, perché i pacchi, gli esseri umani, sono in continuo cambiamento. La cosa che più mi stupisce è stare a guardare i pacchi che elaborano etichette sempre più specifiche.
Tutti sapete di cosa siamo fatti per il 70% circa. Siamo prevalentemente fluidi. Fluido è anche il pianeta su cui viviamo, ma se uso le 4 etichette a disposizione offerte dalla società, per quelli strani – diversi? –, la vita diventa difficile. La risposta giusta – che più si avvicina alla verità – alla domanda “cosa sei”? è un nome, tutto il resto è spannometria.
Volendo essere gentili, per rispondere alla domanda cosa sei, ci si potrebbe avvalere del suggerimento di madre natura che ha differenziato i corpi degli esseri umani in maschi e femmine. A questo punto il lettore dovrebbe avere il sentore di iniziare un argomento “delicato”, “spinoso”, “complicato o complesso”? Per quanto mi riguarda, io che non sono niente, ritengo l’argomento, noioso. Parlare di generi sessuali, superata la noia, a me risulta tedioso. È avvilente pensare di doversi definire in base ai propri gusti o inclinazioni, a priori, in una relazione. E’ avvilente vedervi farlo. Negli ultimi decenni ho assistito al proliferare di etichette che sono andate ad aggiungersi all’arcaico “gay”, conosco persone che chiedono di cambiare chirurgicamente e chimicamente i propri connotati, mi pare l’umanità sia parecchio in difficoltà. Rispondere alla domanda “chi o cosa sono” è un percorso di conoscenza, individuale, ed è forse la prima sfida di una vita, essenziale per poter passare alle sfide successive. Vedere giovani che sostengono di sapere chi sono, che modellano a colpi di bisturi il corpo e rivendicano di essere individuati e riconosciuti come quell’etichetta lì, mi suscita l’ennesima domanda:
– Cosa accadrà quando si accorgeranno di essere veramente fluidi?
